Intervista a Dana Fuchs

La redazione di Trieste is Rock a pochi giorni dal concerto ha raggiunto telefonicamente Dana:

Durante i tuoi concerti si rimane colpiti, in parte dall’energia, ma anche dal modo di porgerti, così diretto e semplice.

Beh, è l’unico modo in cui so farli. Non mi sembra sia il mio spettacolo, è piuttosto una celebrazione tra me, la gente che è venuta e – chiaramente – il gruppo; e per avere energia sul palco devo essere convinta di quello che faccio. Insieme possiamo capire che tutti i giorni viviamo il dolore, la gioia, il rimorso, l’affetto e ho l’impressione che se io esterno questi sentimenti e il pubblico li condivide, tutto diventa diverso da un concerto in cui io mi esibisco, tu guardi e ascolti. Non è il mio modo di essere, non riesco a farlo così: che tu mi vedi e stai ad ascoltare. Io voglio chiamare la gente a partecipare, perchè ho bisogno di loro, per vivere un’esperienza e re nderla autentica. E’ da lì che mi viene l’energia.

Certe volte hai l’impressione che suonare, in qualche modo, ti consumi?

Yeah. E’ interessante, sei il primo che me lo dice; mi piace: è così. Anche registrando un cd; è così che me lo immagino, come far nascere un bambino. Io non ho figli, ma penso sia simile: ci metti un sacco di energia, riflessioni, passioni, così tanto cuore e anima. Lo stesso nei concerti; ecco perchè alla fine mi piace incontrare il pubblico, perchè l’energia mi torna indietro. Capirai, dopo due ore di spettacolo sono sudata, molto carica e le persone che mi incontrano vogliono un cd o un autografo, ma io cerco sempre di parlare con loro. E mi dicono: “Ho avuto questa sensazione, o quella” e a me sembra di ricaricarmi l’anima. Quando registri è lo stesso: alla fine di un a sessione, dopo giorni  e giorni in studio, siamo stremati, ma poi di notte, se la giornata è andata bene, riascolti quello che hai fatto e cominci a ballare: noi ci mettiamo l’anima ed è importante arrivare ad un buon punto per ricaricarsi.

Tu hai detto che scrivere un pezzo è come una seduta di terapia.

Già, è vero, è una purificazione. Quando scrivo di qualcosa che mi è capitato, a me o a qualcuno che conosco, comincio ad agitarmi: non riesco a dormire, davvero, devo scrivere questo pezzo. La gran parte dei pezzi del nuovo cd sono stati scritti mentre eravamo in tour, e quando viaggi, beh, sei lontano da casa, in un altro fuso orario, non puoi chiamare gli amici, o i fidanzati, o la mamma, o i gatti. Ci si può sentire soli in quelle ore in cui non puoi dormire per il jet-lag: allora esprimere quelle sensazioni è la mia terapia.

Tempo fa ho intervistato Jesse Malin e lui mi ha detto: “Possiamo usare il rock ‘n’ roll come un mezzo, come un potere, come una passione, come una forma d’arte per esprimere la sopravvivenza, la crescita, la rivoluzione, la ribellione”.

E’ difficile metterla meglio e credo che ogni musicista, ogni performer e ogni autore deve sentirla così, altrimenti non funziona. Se non sei d’accordo con quest’affermazione, c’è qualcosa che non va.


Recentemente Lady Gaga ha dichiarato che solo lavorando duramente si riesce ad emergere: per raggiungere e coltivare il successo non si può starsene sul divano: bisogna darsi da fare. Tu hai sempre lavorato e all’inizio hai fatto anche la cameriera. Qual è il messaggio che si può passare alle generazioni più giovani?

La vita ti dà indietro quello che ci hai messo dentro; è proprio così. Se mi guardo indietro – io vengo da un paesino della Florida centrale – mi chiedo come diavolo ho fatto ad arrivare fin qui: beh, un passo dopo l’altro, sempre pronta a lavorare. Senza aspettarsi che qualcuno ti renda le cose più facili. E se qualcuno si offre di renderti le cose più facili c’è qualcosa sotto, perchè niente è gratis, niente è facile, e se lo è probabilmente non vale niente.

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intervista realizzata martedì 19 luglio

da Ruggero Prazio

per Trieste is Rock

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