Intervista a Graziano Romani dei Rocking Chairs

Sabato 2 maggio è la giornata della festa finale di Trieste Calling The Boss ospitata in quello che può essere considerato il nostro Paramount Theatre (il teatro di Asbury Park per chi non lo sapesse): il Miela. Il mare a pochi passi c’è e la musica giusta sarà presente in abbondanza, con le ciliegine sulla torta dei Rocking Chairs di Graziano Romani e della Trieste Calling Session Band & Friends, con membri delle tribute band di Torino e Napoli. Sarà la ghiotta occasione per applaudire una storica reunion: saranno ospiti d’onore della serata i Rocking Chairs, epico gruppo rock dei primi anni ’80. Con il leader, torneranno assieme i musicisti che qualche anno dopo sono diventati la prima band di Luciano Ligabue e cioè Antonio Righetti, Roberto Pellati, Mel Previte, Max Marmiroli e Franco Borghi.

 

graziano romani

 

 

Cosa si prova a essere considerati la migliore band di rock americano mai nata in Italia?

 “Abbiamo sempre seguito la scena rock filoamericana e filorock classico: quando siamo usciti noi – spiega il cantautore vincitore di un “Premio Ciampi” con 19 album all’attivo – la scena rock italiana era diversa, presentava gruppi tipo i Timoria e la scena rock pop iniziava a fiorire. Noi eravamo più vicini alle origini della musica americana, del rock classico e della musica nera: era quello il sound del nostro inizio ed era ed è il nostro marchio. Quella – prosegue Romani – era un’altra Italia, erano altri tempi anche a livello di condizione economica, sono cambiate le generazioni, sono mutati i gusti del pubblico: allora si poteva fare musica in un altro modo. Ad esempio, il nostro secondo album aveva già come produttore Elliot Murphy ed era stato registrato a New York, il terzo a Nashville. Oggi non si farebbe più: gli artisti, specie gli italiani, si fanno i dischi in casa, è un modo più diretto. Interessa meno l’esperienza di apprendere le cose nei luoghi dove la musica nasce. Registrare a New York per noi è stata una lezione di vita non solo artistica, grazie all’esperienza con produttori e musicisti americani”.

 

Qual è il segreto del vostro successo?

“I Rocking Chairs, oltre a essere un gruppo rock di impronta italiana, hanno mediato il rock e il soul con l’essere italiani, con la lezione dei cantautori e del beat italiano. Lo facciamo perché abbiamo sempre amato questa musica, che non esclude quella prettamente italiana, ma parte dalle radici del rock e della musica nera. Per questo siamo molto apprezzati da chi ama la musica delle origini, da chi ama la musica cantata in inglese. Siamo così amati perché da sempre abbiamo proposto cover di grandi classici pop, rock e folk degli Stones, di Bob Dylan, di Van Morrison. Insomma, la musica che ci emozionava. E lo abbiamo sempre fatto in maniera originale”.

 

A cosa si deve la vostra longevità artistica? Cosa provate a suonare insieme dopo 20 anni?

“Torniamo a suonare insieme dal vivo dopo una ventina d’anni di gap dagli ultimi concerti che tenemmo. Questa reunion ci sta riscoprendo o meglio ritrovando: la cosa che vorrei uscisse è che la reunion è fatta da una band di sei musicisti affiatati, da sei amici che mettono insieme le proprie esperienze personali di questo vent’anni nei quali sono stati separati formando una miscela molto forte. Mel Previte, Antonio Righetti e Roberto Pellati sono stati stata la band di Ligabue negli anni di maggiore successo, quelli dell’album di “Certe notti”: sono stati la chiave per il Liga per trovare un sound che in realtà era già confezionato: era quello del Rocking Chairs.

Ognuno di noi in questa reunion porta le proprie caratteristiche, il proprio percorso, il proprio vissuto e la propria esperienza che, unita a quella degli altri, dà una somma molto più elevata della somma dei singoli fattori.

Completano la formazione Max Marmiroli, nostro sassofonista storico che poi ha seguito un percorso da bluesman, jazzista e polistrumentista nell’ansa della world music e Franco Borghi, tastierista che invece ha seguito un’evoluzione folk rock e per un periodo è stato nei Modena City Ramblers. Insieme creiamo qualcosa che sappiamo essere unica. Ci stupiamo noi stessi di quanto accade: ci basta imbracciare gli strumenti, accendere gli amplificatori, alzare il volume e appena iniziamo a suonare si crea una magia. Tutto era rimasto ibernato per tanti anni, ma quando si riaccende la luce torna a sprigionarsi, brillante come prima e forse di più. Sappiamo di preciso chi siamo e cosa vogliamo: è una bella cosa”.

 

Che rapporto avete con l’associazione Trieste is rock e con la città e il pubblico triestino?

“La vostra regione e la vostra zona in particolare sono caratteristiche per amare molto il sound americano e l’opera di Bruce Springsteen: l’associazione Trieste is Rock la conosco da tempo e frequento con assiduità la regione da anni con i miei concerti solistici la regione: siete un pubblico straordinario. Trieste riesce a riunire un po’ tutti questi appassionati e ci tengo molto suonare qui: ci fa piacere essere nel cartellone di questa kermesse, che è molto importate in Italia per gli amanti del rock e specialmente di questo tipo di rock”.

 

Che rapporto avete con la manifestazione e con il Boss? Senza il suo esempio avreste fatto rock?

“I Rocking Chairs – ricorda Romani – sono nati proprio grazie all’energia e alla verve del Boss. Ho fondato il gruppo nell’81 – che inizialmente aveva una formazione diversa, non era quella classica a sei del secondo LP, erano sei anni prima – proprio al ritorno dal mitico concerto di Springsteen a Zurigo. Per me fu una folgorazione e molti dei ragazzi di Trieste is rock – che sono amici e ci seguiamo da tempo – so che hanno vissuto quell’esperienza fondamentale per molti italiani, non solo per chi ha fatto della musica la propria professione ma ne ha fatto una specie di ragione di vita. Quella del Boss è una musica che coinvolge, che emoziona: dà una direzione è una cosa molto bella. Diciamo che Springsteen non è esattamente una guida spirituale, ma in qualche modo con la sua musica ha marchiato lo spirito di molta gente. Se mi sono messo a comporre – e tutto il repertorio dei Rocking Chairs l’ho scritto io – è stato ispirandomi e attingendo all’approccio che sentivo provenirmi da Springsteen. Si parla di tempi non sospetti: in quel periodo il Boss era semplicemente un rocker, non una rockstar. Erano tempi diversi, tutto era più semplice e vero, meno patinato. Ricordo che i Rocking Chairs nel loro primo album hanno inserito un brano allora ancora inedito del Boss, “Restelss Nights”. La notizia fece scalpore e in tutto il mondo si accorsero di questo gruppo italiano che aveva registrato un brano raro di Springsteen, che poi uscì su un disco tributo internazionale. Quindi partecipai all’incisione di un altro tributo, forse il più importante, dove rifeci “The Promise”. Nel 2001 infine ho realizzato un disco tributo sul Boss, “Soul Crusader” e credo di essere stato il primo al mondo a reinterpretare un album tutto di sue cover, scegliendo poi canzoni non ovvie, cioè non proprio quelle di successo, ma andando a scavare nel repertorio per scovare canzoni molto rare, dai connotati più suol e vicini alla mia sensibilità Dal 1987 al 2001 non ho mai smesso di rifarmi a o rifare Springsteen proprio perché gli siano debitori in tanti: ha toccato le corde di tanti musicisti e fan, anche italiani. La musica di Springsteen è stata di grande esempio per tanti perché il Boss ha unito lo spirito di vari generi: musica popolare, musica nera, ricorda grandi autori di colore come James Brown o Sly Stone, ma anche il folk di Bob Dylan. E’ come se in lui si fossero uniti tutti insieme per creare un’essenza che alla fine diventa irresistibile. The Boss è stato ed è di grande insegnamento: non si parla di invenzione musicale, in quanto si intuiscono bene le radici e la provenienza musicale del suo sound, ma in lui a fare scuole sono l’anima e l’intensità con le quali vengono poste le cose. E poi c’è la sua poetica, che le rende incredibilmente emozionati.

Da lì siano partiti e in qualche modo siamo stati i primi. E oggi è davvero grande l’emozione che riproviamo a presentarci sul palco tutti insieme, tutti riuniti davanti al nostro pubblico. E’ un’emozione fortissima e l’affetto che i fan ci dimostrano a ogni data è straordinario.”.

 

Cosa suonerete a Trieste?

“Anche nella data di Trieste, la scaletta andrà a toccare il meglio di quello, quanto di più attuale c’è nei quattro nostri dischi in studio. C’è tanto materiale da cui scegliere. In questo tour le canzoni vivono di nuova vita, hanno avuto una mano di vernice nuova e suonano splendidamente. Hanno una nuova energia e in questa nuova versione sono piaciute molto anche chi le conosceva nella vecchia veste. Non mancherà qualche chicca e qualche sorpresa. Sul palco i nostri concerti sono caratterizzati da una grande intensità: non ci risparmiamo, facciamo concerti due ore e cerchiamo sempre di darci al massimo. Una delle cose che ci ha insegnato il Boss è di dare sempre tutto come se fosse l’ultima volta che hai la possibilità di farlo”.

 

Cosa ci dici della tua carriera solista?

“L’anno scorso è uscito il mio 19esimo album compresi i 5 dei Rocking Chairs che conto come miei dischi perché il repertorio contenuto è tutto mio: è tanto lavoro. La mia carriera solista si è sviluppata sia italiano che in inglese. Vado molto orgogliose delle mie uscite in italiano, una delle quali per la Wea. Ho partecipato come ospite al festival Ciampi e ho vinto il Premio Ciampi come migliore cover per un brano del ’62, “Confesso”: una canzone molto bella e un po’ antimilitarista. Mi piace la musica italiana. Esibirsi e scrivere canzoni sia in italiano che in inglese sono un po’ come una moneta con due facce o un binario con due rotaie: una si sviluppa in italiano, l’altra in inglese, ma alla fine il binario ti porta sempre nella stessa direzione. Sono sempre io. L’inglese per me è una lingua abbastanza congeniale, scrivo molto naturalmente in inglese”.

 

E del tuo rapporto con i personaggi dei fumetti e la Bonelli?

“Oltre alla mia produzione discografica di brani in italiano e in inglese mi è successo casualmente di avvicinarmi al fumetto. Ho sempre amato i fumetti e anzi ho scritto anche dei saggi su questa firma d’arte così amata popolare. E sono onoratissimo di curare la traduzione di una collana di ristampe del Principe Valiant, un personaggio che mi ha fatto emozionare da ragazzino: per me tradurlo è stato come per un tecnico del suono poter mixare un disco dei Pink Floyd o di Elvis. Il contatto per la realizzazione dle primo dico, dedicato a Zagor, è partito proprio dal geniale Sergio Bonelli, che poi mi aiutò a realizzarlo. Nacque una bella e proficua collaborazione. Il secondo era incentrato su un personaggio Bonelli ancora più importante, Tex. Il trittico è stato completato con Mister No, uscito anno scorso. E’ un disco dalle sonorità soul-jazz con un tocco di musica latina, ispirata dall’ambientazione delle storie. Sono sfide a cui mi accosto come nella realizzazione di un concept-album: scrivo 10 canzoni per album e ci metto dentro due o tre cover che mi sento di affiancare a questi personaggi. Ne vado molto orgoglioso”. Attualmente sto lavorando a un quarto cd dedicato agli albi a fumetti. Andrò in studio a registrarlo a giugno. E’ il disco che conclude la fase che unisce fumetto e musica. Dopo tre eroi positivi, ho deciso di dedicarlo a un personaggio noir, Diabolik. Ci saranno sonorità ’70 pop e rock psichedelico. E’ una bella sfida e sono molto contento di potermi rivolgere anche a un pubblico diverso da quello del rock, ma molto vasto e appassionato come quello dei fumetti. Sarà distribuito in tutte le edicole da Panini Comics: in tempi in cui i dischi si vendono raramente e i negozi sono sempre meno, mi fa un grande piacere e onore poter essere presente in 60mila edicole. Se oggi la musica viene venduta principalmente nell’etere i dischi dedicati agli eroi dei fumetti diventano feticci per i fan che desiderano comprare i supporti fisici per provare il piacere di avere tra le mani un oggetto completo, dalla copertina al libretto interno, la cui fruizione fa ancora emozionare”.

 

Parlaci ancora della reunion. Potrà avere un futuro?

“Siamo tornati per verificare se si stava bene assieme, se la cosa funzionava, se si suonava con gioia e facilità e venivano fuori cose interessanti. E’ questo che vogliamo trasmettere al pubblico che viene a vederci. Nel 2015 è nostra intenzione fare più concerti e incontrare più gente possibile, divertendo e divertendoci. Poi da cosa nasce cosa e non è detto che tutto finisca, ma non ha senso anticipare nulla, anche perché non c’è nulla da anticipare. Magari potremo decidere di proseguire il tour anche nel 2016”.

 

 

 

Rocking Chairs

La storica band fondata dal cantautore Graziano Romani negli anni ’80, rinomata per la qualità e l’energia dei concerti, dalle atmosfere marcatamente rock, soul e folk. Cinque dischi all’attivo, tra cui “No Sad Goodbyes” (registrato a New York nel 1990 e prodotto dall’artista americano Elliott Murphy), e “Hate and Love Revisited”, registrato a Nashville. Dischi sinceri e intensi, ma anche divertenti ed emozionanti, proprio come i loro show, spesso infarciti di ‘cover’ classiche del rock. Dopo un decennio insieme, ogni componente ha poi seguito il suo percorso, la propria ricerca. Romani è diventato un prolifico artista solista; Mel Previte, ‘Rigo’ Righetti e Robby Pellati sono stati la ‘banda’ di Ligabue dai primi dischi fino all suo periodo di maggiore successo ad inizi anni 2000, un virtuoso trio affiatato e poliedrico; Franco Borghi e Max Marmiroli hanno espresso il loro talento di musicisti con escursioni nel blues, nel jazz e nel folk. Ora si sono ritrovati, per un ‘Reunion Tour’ che in questo 2015 si preannuncia entusiasmante.

18 LUGLIO: Larkin Poe

Immerse nella tradizione musicale del sud degli Stati Uniti, dai loro album traspare la padronanza nell’orchestrare, armonizzare e dare nuova vita all’eredità musicale della loro educazione, le Larkin Poe danno una rappresentazione potente e moderna di come dovrebbero suonare le radici del rock.

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