Intervista a Kellie Rucker

Intervista a Kellie Rucker prima del concerto di Trieste



Si dice che da giovane giravi molto per vedere concerti.

Si, ascoltavamo Roomful of Blues, e facevamo l`autostop per andare a sentire – che so – Johnny Winter o Bonnie Raitt nei club dove non potevamo entrare legalmente per via dell`età.

Hai l`impressione che il movimento indie ti abbia aiutata?
Si e no. Ai vecchi tempi era più difficile ottenere un contratto, ma quando ce l`avevi eri a posto. Oggi è più facile firmare un contratto con un`etichetta indipendente, ma poi non hai lo stesso livello di attenzione che c`era una volta.

Il rapporto con le case discografiche è peggio di una volta?
Beh, oggi tutto è diventato peggio. Una volta non eravamo saturi di tutto; oggi abbiamo troppe informazioni e credo non sia più possibile mantenere lo stesso livello di interesse: ci sono troppe distrazioni.Non abbiamo bisogno di andare a vedere i concerti: possiamo starcene seduti a casa a guardare youtube, ma ovviamente non è la stessa cosa e la gente deve rendersene conto.Da parte sua l`artista deve essere più creativo e farsi coinvolgere in altri aspetti perchè le agenzie oggi non se ne occupano più.

Tu cerchi di avvicinarti anche ad altri stili; una cosa un po` inusuale per gli artisti americani.
Mah, dipende dall`età; i giovani, che non hanno anni di informazione e l`esperienza, si fermano ad un aspetto, ma quando diventi più vecchio e hai più esperienza, cominci a capire che il blues – per esempio – ha una provenienza più composita, dall`Africa, dai Caraibi, dal zydeco. Mi piacerebbe fare un documentario sulla gente che viene da luoghi diversi perchè la gente che è emigrata dall`Europa, dall`Africa, dalla Spagna e dalle isole dei Caraibi, tutta questa gente è venuta in America e ha fatto la musica americana.


Come mai sei molto interessata all`Europa?

Quando ero molto giovane sono venuta in Svezia ed è stata un`esperienza indimenticabile, perchè in America suonavamo in posti terribili, non facevamo un soldo e non interessavamo a nessuno perchè c`erano altri dieci gruppi altrettanto buoni.Quando siamo arrivati in Svezia ci trattavano come dei divi. Voglio dire che venivamo trattati bene, ci trovavano degli alberghi carini, e ci facevano fare interviste alla radio: c`era dell`attenzione e ce la meritavamo, perchè la musica era buona.Allora mi sono detta: “Devo tornare”. E così, quando ho fatto il mio primo disco nel 2006, ho deciso che volevo assolutamente dedicarmi all`Europa.

Intervista di Ruggero Prazio

Share:
  • Facebook
  • Twitter
  • Digg
  • del.icio.us
  • MySpace
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • Print
  • email
  • RSS

About Raph