Quattro chiacchiere con…James Maddock

Abbiamo intervistato James Maddock in attesa del concerto benefico del Light of Day Benefit di quest’anno, che si terrà al Verdi di Muggia il 6 dicembre

James Maddock

_________________________________________________________________________

Eravamo rimasti colpiti dalla tua “Sunrise on Avenue C”, un pezzo commovente, pieno di emozioni. Ce ne vuoi parlare?

Dunque, avevo cominciato a lavorarci molti anni fa, un diec’anni fa, sulla melodia e poi mi ha colpito l’idea dell’alba sulla avenue C. A quel tempo mi ero trasferito a New York e allora passavo un sacco di tempo in giro, ecco, tiravo tardi di notte e mi godevo il fatto di essere in quella città e dopo, col tempo, ho cominciato a mettere insieme i pezzi . . . ho riscritto le parole molte volte e si è trattato di un processo lungo, poi . . . una mattina ho fatto amicizia con un amico che si chiama Clark Gayton, che suona il trombone, suona con Bruce Springsteen e Sting e tutti quanti e alla fine m’è venuta l’idea di fargli suonare un assolo e l’ho convinto, per cui è stato come un sogno che si avvera, la possibilità di registrare il pezzo come lo volevo ed è arrivato sul disco, su “Sunrise on Avenue C” e, beh, sono fiero di quella registrazione.

 

Già: il tema è incisivo.

Si, la melodia, la scrittura della contro-melodia è molto simpatica. Insomma, non ricordo come mi sia venuta, forse ascoltando Mendelssohn al piano, è allora che l’ho adottata. Ti dirò, sono molto contento di quella registrazione.

 

Ed è anche una specie di inno per la città, direi. Come alcune delle cose che ci hai scritto, ad esempio: “Siamo venuti qui per fare di questo posto la nostra casa”. “Dove altro vorresti essere?” E’ un bel modo di metterla, no?

Si, ecco, avevo pronti tutti i testi e ne stavo parlando con Mike Scott degli Waterboys e lui mi ha suggerito di parlare di una coppia e io ho pensato “Però!” e me ne son venuto fuori con una coppia che si trasferisce a New York City su un camioncino e cerca di farcela in questa città. Alla fine . . . beh, quello era il secondo verso, poi tutto è andato a posto. I versi funzionano un po’ come un flusso di coscienza, ma la gente ci si ritrova e rievoca il tempo passato nel Lower East Side o nell’East Village di New York City; soprattutto quelli che . . . insomma c’è un sacco di gente che viene a New York per farsi una vita.

 

Certo, dal punto di vista di un artista o di un musicista stare lì è emozionante, c’è così tanta energia, tanta competitività ma puoi incontrare gente interessante, no?

 Già, proprio. La cosa interessante di New York è che ci trovi così tanti musicisti incredibili. Quindi incontri un sacco di grandi musicisti in tutti i campi, pianisti, batteristi, chitarristi e se li conosci, ecco, arrivano e suonano per te, cioè, se gli piaci registrano con te, puoi metter su un gruppo che probabilmente suona meglio di quello che potresti formare in qualunque altra parte del mondo.

 

E’ sicuramente un ambiente stimolante.

Molto.

 

Dunque . . . sembra che tu giri molto l’Italia.

Si, grazie all’organizzazione Light of Day; beh, sono loro che mi ci hanno portato la prima volta e dopo ho avuto una recensione su Buscadero. Ho avuto modo di incontrare un tipo che si chiama Andrea Parodi e ho iniziato un tour. Solo io e David Immerglück dei Counting Crows. Oppure con un mio gruppo; poi ho cominciato a venire quasi ogni anno. Sai, nel nord Italia son riuscito a creare un gruppetto che mi segue. Sono molto fortunato, davvero, mi sento proprio . . . vado a trovare la gente, gli amici che mi sono fatto negli ultimi tre – quattro anni. Mi sento onorato, mi piacerebbe girare anche altri posti, vorrei fare lo stesso in tutta Europa così come faccio in Italia.

 

Mi sembra chiaro; anche noi abbiamo collaborato con Parodi. E’ molto interessante quello che fa e che anche noi facciamo, ad un livello minore, perchè è interessante spingere gli artisti minori, che sono comunque dei grandi artisti.

Grazie. Sto lavorando ad un nuovo album che dovrebbe uscire . . . dunque, in Italia tra un paio di mesi e negli Stati Uniti all’inizio dell’anno. Sto finendo, mi sto occupando delle fasi finali della registrazione ed è venuto così bene che sono proprio, proprio . . . non vedo l’ora che la gente lo ascolti: è un disco emozionante. Il disco “Another life”, che è stato pubblicato l’anno scorso, era un disco acustico e morbido. Questo è molto più roccheggiante, pieno e tirato; sono curioso di conoscere il responso del pubblico ed è nuovo nuovo, uscirà il prossimo anno.

 

Hai già un titolo?

 Si, si chiama “The green”, che significa “i verdoni”. Credo che ti piacerà, lo spero. Ne sono proprio contento: penso sia il mio disco migliore e non vedo l’ora che la gente lo senta.

 

Ho letto in alcune interviste della tua grande passione per la musica. Sembra che tu abbia detto delle cose tipo: “Sentivo questa forza incredibile nel petto e non si poteva resistere. Era davvero trascinante. Sapevo che ero nato per quello. Ricordo di aver pensato che era la cosa più bella”. Ti ricordi se l’hai detto veramente?

Si, credo che mi riferivo alla prima volta che ho suonato con qualcuno, in una stanzetta; io ero al basso, qualcuno alla batteria e qualcun’altro alla chitarra, elettrica. Io ero al basso elettrico ed eravamo a malapena in grado di suonare; due o tre accordi e all’unisono. Ma ricordo la sensazione: pura magia! La capacità collettiva della gente di suonare insieme al fine di produrre un suono che era più grande di noi tre messi insieme. La coordinazione e i cambiamenti, la possibilità di creare un effetto musicale insieme, anche se semplice e grezzo, esercitavano un potere magico su di me. Ho un ricordo molto vivo di quel momento, così trascinante. Beh, avevo tredic’anni.

 

Però mi sembra che quest’emozione non ti abbia abbandonato.

Ti dirò, in certo senso mi ha riempito la vita. Cioè, adesso non è più lo stesso, perchè ti abitui, ecco, col tempo ti ci abitui, è una cosa che ti abitui a fare, ma l’emozione iniziale che hai quando cominci è qualcosa di eccitante. Allora, non ha colpito gli altri nel gruppo, non quanto me, loro non si sono emozionati così tanto, ma io si. Ed è per questo che io sono qui adesso: loro no. Hanno fatto altro della loro vita, qualcosa di diverso. Ma per me il potere di quel momento è stato così forte da riempirmi la vita.

 

E’ chiaro. A dire il vero un paio d’anni fa mi è capitato di intervistare Jesse Malin e anche lui ha detto qualcosa del genere: in questo momento non riesco a trovare fuori l’intervista ma magari ne parliamo quando ci vediamo.  Ad ogni modo, tu provieni da una famiglia che si occupava di cultura, che so, Shakespeare, Blake, Whitman e roba del genere?

A livello musicale?

 

Per la musica, la poesia, le arti.

Non molto per la poesia o l’arte, ma sicuramente per la musica. Mio nonno era un artista durante la guerra e mio papà ha sempre suonato, in casa c’erano sempre strumenti musicali: pianoforti, chitarre, banjo, tromboni, trombe e suonavamo sempre. Mio papà stava sempre in un gruppo di jazz; mio padre suona un sacco di strumenti e per casa c’erano sempre musica e strumenti, quindi per me c’era sempre l’occasione per suonare. Così, da bambino suonavo l’ukulele e verso i dodici – tredici anni mi sono spostato verso la chitarra e sono rimasto affascinato dalla chitarra per molti anni; lo sono tuttora. Però quand’ero adolescente ho imparato a suonare la chitarra seriamente e passavo tutto il santo giorno a imparare e suonare la chitarra, davvero. Ma da bambino ero circondato dalla musica e c’erano sempre strumenti musicali, diciamo, in casa e io potevo prenderli e suonarli.

 

Ora, spostandoci al Light of Day di quest’anno, avremo Guy Davis e Joe D’Urso e Antony D’Amato, che non è mai stato qui, quindi sarà la sua prima volta da noi. Cosa possiamo aspettarci, sia come gruppo che da te in particolare?

Credo che suonerò pezzi dal mio nuovo . . . di solito . . . certe volte mi guardo intorno e decido sul momento, mentre certe volte reagisco a quello che accade intorno a me. Se qualcuno suona un pezzo lento io ne suono uno veloce oppure se qualcuno suona un pezzo veloce io ne suono uno lento. Ecco, di solito rispondo a quello che succede intorno, ma spero di avere il nuovo disco e suonerò dei pezzi da quello. 

Non conosco Guy Davis, non ci ho mai suonato insieme e non saprei cosa aspettarmi. Antony D’Amato è davvero un piccolo grande artista; mi piace ed è un grandissimo cantante e autore, poi, direi che Joe lo conosciamo tutti: sarà interessante. Però non saprei: dovrai aspettare e veder quello che succede quella sera. Per cui, non so cosa farò. Deciderò al momento.

 

Comunque c’è stata una conferenza stampa a Muggia due giorni fa per presentare l’intero progetto ai giornali: il Light of Day era il pezzo forte del teatro e sono molto contenti che lo spettacolo ritorni perchè per loro è piuttosto importante; ti dico la verità che per noi ha un sapore particolare.

 Per me è un onore farne parte e girare l’Europa con tutti loro per raccogliere fondi in beneficenza: è una gran cosa quando ti chiedono di unirti a loro. Ecco, io ho un bel seguito di gente che mi segue a Asbury Park e che viene a vedermi e questo è dovuto in buona parte all’aiuto di chi lavora con il Light of Day: Jean Mikle e Gary Schiavone e Joe. Lo sento molto, e sono contento di farne parte; per me è una bella cosa suonare in tutti questi posti e visitarne alcuni in cui sono stato l’altra volta.

 

Beh, ti dirò che anche per noi ha una sensazione particolare. Di sicuro l’idea di lavorare per beneficenza dà un sapore speciale all’intero progetto.

Ti ringrazio molto per l’intervista e mi ha fatto piacere risentirti. Anche se ci sono un sacco di cose che vorrei ancora chiederti. Per dirne una: il progetto DNA per i test, e parlare ancora di beneficenza e l’importanza che hanno iniziative di questo tipo . . . 

Vediamo, intendi dire l’Innocence project (http://www.innocenceproject.org). Beh, ecco, è un cosa che mi preme molto, per la gente che è in prigione, diciamo, per qualcosa che non hanno fatto: solo per la prova del DNA, solo per provare che sono innocenti. Ecco, è una vergogna che la gente marcisca così. E’ un tipo di iniziativa che sento . . . i risultati sono immediati, davvero; cioè, se hai i risultati del test, puoi liberare qualcuno. I risultati del test sul DNA puoi vederli; le persone possono uscire e ricominciare una vita. Per questo amo questa iniziativa, credo sia una cosa che vale la pena fare ed è pratica, non so se mi spiego, i risultati puoi vederli. Quelli che sono innocenti possono uscire di galera: cosa c’è di peggio, rimanere dentro per qualcosa che non hai fatto?

 

Inoltre è anche una cosa intelligente perchè, voglio dire, costa poco.

 E’ vero! Costa meno pagare per il test che tenere la gente in galera: voglio dire, è un sistema bacato.

Non vedo l’ora di vederti il 6 dicembre; nel frattempo dacci dentro con il disco: vogliamo sentire questo nuovo “The green” quando suonerai qua.

 

________________________________________

________________________________________

 

intervista realizzata da Ruggero Prazio per Trieste is Rock

Trieste – New York

venerdì 17 ottobre 2014

 

 

 

 

Share:
  • Facebook
  • Twitter
  • Digg
  • del.icio.us
  • MySpace
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • Print
  • email
  • RSS

About Raph