Intervista a..John Diamond (chitarrista Dana Fuchs)

Intervista a John Diamond, chitarrista di Dana Fuchs fatta dal nostro collaboratore Ruggero Prazio:

Dana Fuchs

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R. P. Tu scrivi la musica e Dana i testi? Lavorate allo stesso tempo su tutti due? Collaborate? Come funziona?

J. D. Oh, è una buona domanda, perchè ce lo chiedono spesso. Ti dirò, c’è una risposta breve e una più complessa: cercherò di stare nel mezzo. Quello che succede di solito è che a me viene un’idea e direi che nella gran parte dei casi mi capita quando sono in doccia, ad essere onesto, e sono in ritardo perchè mi sveglio tardi e sempre mi viene un’idea quando sto facendo la doccia, e metà delle volte corro fuori con un asciugamano, gocciolante, mi siedo, nudo, tutto bagnato e registro molto semplicemente su un computer . . . uso il computer come un piccolo registratore portatile e di solito ho l’idea in testa. Mi siedo e comincio a suonare, di solito canto e certe volte articolo delle parole, chiaro? Non proprio parole: le smozzico un po’, ma viene fuori una melodia e certe volte ci infilo un verso. Più tardi, quando mi incontro con Dana, ascoltiamo il pezzo e le dico: “Dai, ascolta questa idea”. E lei mentre ascolta, percepisce delle parole in quella specie di mugolio: sembrano delle parole e suggeriscono delle parole, perchè di solito questi suoni hanno una rima, quindi spesso sente proprio quello che stavo cantando e che suona come delle parole; le usa, è molto creativa e veloce e su quello compone dei versi. Poi cominciamo a lavoraci su, magari cambiamo un po’ gli accordi, lavoriamo insieme sulla melodia.
E questo è uno.
Diciamo che questo è uno dei modi in cui lavoriamo insieme. Oppure può capitare così: io scrivo la melodia. Ho i testi ma non li scrivo, mi limito a cantarli, come se avessi . . . c’è un pezzo country “Nothing on my mind”. Io canticchio i versi, perchè non ho le parole, ma dico: “I’m thinking about you but I got nothing on my mind” e Dana sente i testi. Oppure “Keep on walkin’”: avevo fatto un demo e cantavo . . . nel demo suonavo il basso, la chitarra e usavo una batteria elettronica. Dicevo: “Keep on walkin’, keep on walkin’”. Lei l’ha tirato su e ci ha costruito le parole per i versi e, beh, ha cambiato un po’ le parole, . . . invece certe volte Dana mi arriva con dei versi scritti, sai, su un foglio e mi dice: “Riesci a metterci la musica?” Allora ci sediamo e proviamo a trovare una melodia e degli accordi. E certe volte, meno spesso, lei proprio . . . ci sono delle canzoni che ha scritto . . . ha una melodia in testa e me la passa, magari ha anche un paio di accordi. Però comincia sempre da un embrione e poi si lavora insieme. Spero abbia un senso.

R. P. Assolutamente si. Mi sembra interessante che vi scambiate i ruoli, diciamo così.

J. D. Già, di continuo. Voglio dire . . . quando cominciamo canto un sacco di melodie; certe volte ho una melodia che . . . certe volte Dana la cambia. Ma io canto un bel po’; quando lavoriamo canto un sacco.

R. P. Cosa c’è di nuovo in “Bliss Avenue”? Perchè è differente dai dischi che avete inciso in passato? A me ha dato l’impressione di essere molto potente, ma dimmi tu la tua impressione sul tuo disco.
J. D. Mah, credo che . . . guarda, a questo punto è il nostro terzo disco in studio e credo che siamo cresciuti come produttori; e poi ti dirò che alcuni pezzi li avevamo pronti da un po’, per cui credo sia un perfezionamento di quello che c’era in “Love to beg”, con degli extra.
Prima di tutto per questo disco abbiamo messo insieme un gruppo diverso: i nostri dischi precedenti sono stati registrati con lo stesso bassista e con batteristi differenti, ma questa volta abbiamo tirato dentro Jack Daley, che suonava con Lenny Kravitz. Ha fatto, boh, centinaia di dischi . . . Joss Stone, che so. Ci conosciamo da anni e anni fa ho suonato con lui; però lui è proprio un bassista rock, può suonare col plettro, che certe volte dà un suono diverso, fa molto John Paul Jones. Shawn Pelton è un batterista molto interessante, che ha fatto un sacco di dischi; ha una personalità molto forte e certe volte litigavamo, ma credo che il risultato sia una collaborazione molto forte e delle idee differenti e per quello che riguarda le canzoni credo che abbiamo raggiunto un obiettivo con il pezzo che dà il titolo all’album, “Bliss Avenue”. Direi sia davvero un buon matrimonio tra la nostra struttura blues e una specie di pezzo rock.
Poi mi piace molto “Nothing on my mind”: è come . . . è la cosa più vicina al country che abbiamo mai fatto . . . credo ci siano un buon feeling e un bel suono e un’energia differente che proviene da musicisti nuovi e poi è . . . sai, non è facile . . . diciamo che certe volte quando finisci un disco non vuoi più ascoltarlo. (ride)

R. P. Hai già risposto parzialmente alla mia domanda sul country and western: ne hai ascoltato parecchio, no?

J. D. Oh, il country? Si, certo, per me è stata una specie di influenza negli anni: da ragazzino mi piaceva il bluegrass, quello del film “Un tranquillo weekend di paura”. C’era “Duelling banjos”, di sicuro era conosciuto in Italia e quello da ragazzino mi aveva proprio acchiappato e in realtà mi ha spinto a metter le mani su una chitarra. Non ho mai studiato musica: mi serviva per fare casino e più tardi, quando ero al liceo, avevo un amico e sui genitori erano del sud, allora avevano a casa Johnny Cash e tutta quella roba stupenda.

Dopo, più tardi, mi piacevano molto Dwight Yoakam e poi Buck Owens. Tutto questo nuovo pop country di Nashville proprio non mi interessa, ma la roba classica di Bakersfield, quella mi piaceva davvero. Poi, è ovvio, suono una Telecaster. E alla fine per me il re, io credo che uno dei migliori chitarristi di tutti i tempi, sia Roy Buchanan . . . si, ho amato “Livestock” . . . ma i primi due dischi, diciamo il primo e il secondo sono roba incredibile. Me lo stavo guardando su YouTube da Austin City Limit: c’è un video di lui che fa “The messiah will come again” che è incredibile. Ad ogni modo. . . però suona dell’ottimo country per cui ha sempre fatto parte della musica che ascolto.
Ti dirò, se andassi a Nashville mi caccerebbero fuori dalla città: là ci sono tanti grandissimi musicisti country, ma mi piace ancora, mi influenza, e se sono a casa a suonare la chitarra . . . provo ’ste cose e le ho messe in “Nothing on my mind”, che è uno dei pezzi che preferisco da “Bliss Avenue” perchè davvero . . . sembra un pezzo country, ma uno come lo suonerebbero gli Stones perchè noi non siamo come un gruppo di Nashville.

R. P. Altri tuoi progetti, musicisti con cui hai suonato, altro . . .

 

J. D. Giusto. Io direi che negli ultimi7 – 8 anni sono stato così coinvolto dal progetto Dana Fuchs, che è diventato un lavoro a tempo pieno. Perchè non sono solo il chitarrista; sono anche il co-autore e il produttore e mi occupo degli affari e del tour: è un lavoro a tempo pieno. Però, per quel che mi riguarda, anni fa ho suonato con Joan Osborne; sono stato in tour con Debbie Davies, e queste sono probabilmente le interpreti più conosciute.

Ma in realtà ho imparato la tecnica a New York City nel . . . direi agli inizi del ‘90, fine ‘80, primi ‘90, fino alla metà degli anni ’90; a New York c’era una scena blues piuttosto importante – non so se te lo ricordi – ma c’era il Dan Lynche’s e il Chicago Blues, e molto vivace, davvero c’erano un sacco di locali e potevi suonare quattro – cinque sere alla settimana, per cui ho suonato con gente che. . . non gente famosa, ma erano musicisti incredibili: ce n’erano alcuni che hanno fatto una certa impressione. C’era un tipo che si chiamava Mahone, che è un bravissimo cantante di R&B nero. Suonavo con un tizio che si chiamava Frankie Paris, un italiano, ma italo-americano di Brooklyn, che era . . . era un cantante stupefacente. Noi . . . James Brown e tutto il R&B, Al Green, Otis Redding. E il suo batterista era uno che si chiamava Crusher Green, che era fantastico, che suonava con Wilson Pickett, uno tosto . . . e ho imparato così tanto suonando con questi tipi per, che so, quattro, cinque, sei anni, quattro sere a settimana, con questi vecchi musicisti, tizi di Harlem o gente di colore, bianchi che facevano rock. Un certo Howie Wyeth, un batterista, che aveva suonato in “Desire” di Dylan. Tutti questi grandi musicisti davvero mi hanno insegnato un casino sulla musica. E ho fatto anche . . . ho composto anche della pubblicità per la televisione, però questa non la trovi in rete.
A essere sincero hai proprio colto nel segno: devo farmi un sito in rete, perchè di questi tempi, se vuoi promuoverti, devi esporti. Però credi, io non sono un session man che ha suonato in migliaia di dischi. Direi che sono più un autore, un produttore che ha lavorato con . . . la gran parte di quello che ho registrato è con Dana.

R. P. Beh, in realtà, vedi, è questo che mi ha portato alla domanda, perchè hai talento, la prima volta che ti ho visto mi hai colpito. E mi son chiesto: “Com’è che questo non suona in giro, no?” E’ strano.

J. D. Beh, è una bella domanda. Mi sono concentrato . . . questo con Dana è davvero il mio gruppo. Quindi non ho mai . . . quando torno a New York passo tutto il tempo a preparare i tour, a comprare biglietti aerei, facendo . . . per cominciare, in questo periodo non abbiamo un manager. Senza una manager le cose devi fartele tutte da te, da sole non si fanno.

Allora ho del materiale da parte, ho dei pezzi che ho scritto che vorrei, ad un certo punto, far uscire per suonarlo dal vivo, come per fare una musica tutta tua.
E ho anche una fantasia (ride), vorrei suonare in un bar tipo country: col gruppo di qualcuno, arrivare là, attaccare la Tele, posare la birra sull’ampli e suonare Buck Owens per tutta la notte.

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intervista realizzata da Ruggero Prazio per Trieste is Rock

martedì 22 aprile 2014
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