Intervista a Guy Davis

In vista del Light of Day il nostro collaboratore Ruggero Prazio ha intervista uno dei protagonisti: GUY DAVIS

______________________________________________________________________________guy davis

Bene, tu sei molto vicino alle cose antiche, o questa è almeno l’impressione che si riceve: parli della campagna, delle vecchie case col porticato. Tutte cose che fanno parte del passato e non del presente, nonostante molti americani vivano ancora questa situazione. C’è di mezzo la tua esperienza personale o che?

Amo le cose vecchie. Mi piace camminare tra case coperte di polvere. Tirar su e leggere un vecchio giornale del 1930 o ‘40. La musica che suono è così: è piena di storia, coperta di polvere. C’è qualcosa che rimane sempre lo stesso, indipendentemente da dove la trovi, cioè se la musica è buona, allora rimane buona . . . rimane buona. E mi piace questo suono vecchio. Forse perchè mi ricorda di quand’ero ragazzino, di quando l’ho sentito per la prima volta e forse voglio ballare, forse voglio gridare, cantare.

Quindi questo, più che essere legato alla realtà che vivevi da ragazzino, era correlato alle storie che sentivi. Se ho capito bene se cresciuto a Mount Vernon, nello stato di New York e a Harlem. E’ così? 

Già, in quella zona.

Che è una realtà molto contemporanea, che non ha a che fare con il vecchio stile o con la tradizione. 

Mah, la musica che ascoltavo da adolescente era, direi, musica moderna, contemporanea, come Harry Belafonte. Però ho ascoltato attentamente i musicisti folk tradizionali, come Pete Seeger, e quand’ero più giovane ho ascoltato anche quella di alcuni tra i musicisti che suonavano il vecchio blues e questo m’è rimasto dentro, dentro di me, è qualcosa che mi porto dietro ancora oggi.

Mi ha colpito una frase che hai detto, o meglio che gira sulla rete e ti viene attribuita: “il blues è la musica del linguaggio”. 

Il blues è la musica del linguaggio oppure è il linguaggio della musica? Non so . . . non mi è del tutto chiaro . . . se poi in realtà l’ho detto. Il blues è qualcosa di . . . è musica, chiaro, ma per me . . . è qualcosa di molto personale. Sembra che mi appartenga; è così che sento il blues. Si, è come una lingua.

Ho sempre pensato che il blues sia una musica molto difficile da suonare perchè dal punto di vista tecnico è molto semplice: può suonarla chiunque, ma per essere diretto, per essere vero, devi usare l’anima. 

Si, devi usare proprio l’anima. Ma non è tanto difficile quanto terrorizzante, essere così nudi, così aperti. Perchè te lo chiede l’anima, l’anima ti impone di aprirti.

Certe volte si ha paura. 

Davvero. Paura.

Mentre parlavi di porsi nudi davanti al pubblico, mi veniva in mente di Jackson Pollock, sai, il pittore. 

Già, Jackson Pollock . . . ha detto qualcosa di simile?

No, no. Era una considerazione mia sulla sua pittura e sul mio modo di vederlo, ecco. Era molto audace e coraggioso nel togliere ogni difesa per rimanere nudo e fragile davanti al pubblico. 

Ah; adesso ho capito. Il lavoro di Jackson Pollock era oggetto di una critica molto feroce e la gente ci mise un po’ a capire che era un artista, un grande artista e che ci voleva tempo ed attenzione per creare le immagini che abbiamo visto.

E mostrare le cicatrici sulla sua anima, i segni lasciati da chi lo aveva ferito, da chi – in un modo o nell’altro – gli aveva fatto del male e tutto questo rimane sulla superficie, e lui la mostrava. 

Si, Jackson Pollock era un tipo speciale.

Ho sentito che tu hai lavorato a lungo come attore e che ti piace raccontare delle storie durante il concerto. 

Si, molto; quando posso mi piace raccontare storie. Certe volte vado in paesi in cui l’inglese non è molto diffuso e allora non ne racconto molte, ma ci sono comunque delle storie che posso raccontare con la musica.

Era la mia prossima domanda: come te la cavi nei paesi in cui non lo capiscono. E anche: è vero che hai lavorato nella pubblicità? 

Non proprio; ci ho provato ma non m’è riuscito di lavorare nella pubblicità come musicista. Sono stato nella pubblicità come attore, ma non molto. E questo era un po’ di tempo fa.

Parliamo di qualcosa di diverso: c’è un video della Groenlandia in cui suoni sul ghiaccio. Come t’è venuta l’idea? 

E’ stato troppo divertente. Sono andato in Groenlandia; il mio manager aveva degli agganci con delle persone che dirigono un orfanotrofio. E c’è una signora che paga i cacciatori locali per portare i bambini sui ghiacciai e insegnare le loro tradizioni. Mostrare loro come pescare e cacciare. Sono andato in slitta con loro, mi son portato dietro la chitarra ed ero vestito con dei doposcì e una giacca di renna; ho cantato “Walking blues” di Robert Johnson. Non era proprio una mia idea: credo che ci avesse lavorato il mio manager, ma dopo che ho cominciato è stato grande.

Credo che ti abbia emozionato l’idea di conoscere la loro cultura, le usanze e la tradizione. 

Si, molto.
[Mantenere le tradizioni] è difficile ovunque, persino quando sei a casa, nel tuo paese. I bambini, i giovani tendono a seguire ciò che è popolare, che si trova nei media e talvolta perdono la loro stessa cultura e perdono persino la loro stessa lingua, perchè il mondo sta cambiando così rapidamente e i giovani con lui.

E tu attraverso la tua musica – per così dire – cerchi di fermare questa tendenza. 

Non so se ho abbastanza forza per fermarla, quanto forse per includerla nel mondo di oggi: il mondo è un posto differente. Però so che quando ho sentito il vecchio blues per la prima volta, questa vecchia musica che amo è entrata dentro di me e nulla potrà cambiare questo fatto. E’ stata come una roccia, un fondamento e io credo che quando la suono a delle altre persone, a dei giovani che sono disposti ad ascoltarla, agisca anche per loro come una roccia, sia anche un fondamento.

Come ti sembra la scena blues contemporanea negli Stati Uniti? 

Mah, il blues contemporaneo . . . è vivo e vegeto, però non credo che la gente ci faccia molto caso, perchè tende a differenziarlo. Credo che lo vedano come una parte del blues. Perchè pensano in termini di rock ‘n’ roll, di musica new age, di rap. Ma non pensano al blues moderno perchè il blues moderno utilizza gli stilemi del rock ‘n’ roll, certe volte della world music. E credo che proprio per questo il blues rimarrà sempre vivo, anche se a volte suonerà in modo diverso, perchè così come noi cresciamo, anche gli strumenti cambiano, e cambia il gusto della gente.

Assolutamente vero. Beh, in effetti noi abbiamo fatto suonare diversi musicisti blues in passato, ad esempio Kellie Rucker, oppure un musicista svizzero che suona il dobro, che si chiama Joe Colombo, Eric Sardinas, per cui è certo che siamo molto interessati al blues. 
Che cosa dobbiamo aspettarci dal tuo spettacolo: nuovi pezzi dal tuo recente “Juba dance” o pezzi vecchi? Cosa suonerai in questo tour? 

Tutti e due: suonerò dei pezzi vecchi, che la gente possa riconoscere e che sia contenta di ascoltare dal repertorio del blues, e voglio suonare canzoni dal mio nuovo cd “Juba dance”, che è stato registrato in Italia, prodotto da un grande musicista italiano che si chiama Fabrizio Poggi. Li suonerò entrambi: voglio che la gente salti su, voglio che siano felici e contenti di ascoltare la musica. Voglio che sentano proprio lo stesso di quello che sento io quando ascolto la musica e quando la suono.

Hai già suonato con Light of Day? 

Si, ho fatto un paio di concerti del Light of Day e per me è importante che qui la musica sia al servizio della gente: la gente non è al servizio della musica. Qui la musica è al servizio della gente. Voglio che quelli che vengono per ascoltare la musica si rendano conto che ci sono delle persone che hanno bisogno di aiuto; ci sono delle persone il cui corpo e le cui mente non funzionano come quelli di tutti gli altri. Ed è importante che ci occupiamo gli uni degli altri, che ci curiamo gli uni degli altri. Voglio che il mondo sappia che le persone si preoccupano delle difficoltà che alcuni hanno a vivere la loro vita in quanto, diciamo, sviluppano delle infermità mentali e quel tipo di cose.

Allo stesso tempo noi notiamo che questo aspetto della beneficenza, della voglia di aiutare, dà un senso speciale che ci influenza tutti: non solo i musicisti, ma anche noi come organizzatori, e anche il pubblico può rendersi conto che c’è in questo evento un diverso modo di porsi. 

Si, ed è una cosa divertente. Voglio che la gente capisca che, insomma, ci sono dei modi differenti di porsi in questo evento, ma voglio anche che sappiano che sono qui per interagire con tutti allo stesso modo. Ci sono persone che non possono allontanarsi da una sedia a rotelle e io voglio cantare per loro, così come per coloro che spingono le sedie a rotelle, quelli che sono in grado di disporre delle loro forze fisiche e psichiche. Voglio che chiunque sappia che tutti hanno il diritto di godersi un concerto, tutti hanno il diritto di essere curati ed assistiti. Allora il blues e la musica che suono è il massimo che posso offrire e voglio offrirla a tutti.

Certe volte non ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati. 

Già; io mi considero estremamente fortunato, per il solo fatto di essere vivo e di riuscire ad andare avanti suonando la musica che amo. Molti hanno un lavoro che odiano ma purtroppo certe volte devi tenerti un lavoro per arrivare a fine mese, lo capisco. Si, io mi considero estremamente fortunato e ce ne sono altri che sono molto, molto fortunati.

Qua e là hai accennato ai problemi sociali o a quelli politici: scusami se te lo chiedo, ma come vedi la scena politica americana contemporanea? 

Ragazzi! La scena politica americana contemporanea; qui mi hai fatto una domanda esplosiva: è pura follia! Devi capire che ci sono fazioni che si combattono, sia tra i Repubblicani che tra i Democratici, e si combattono in un modo che mette a repentaglio la qualità della vita in tutta l’America. Non dovrebbero farlo; penso che la gente debba crescere ed essere più comprensiva, però ci sono delle volte in cui i politici si comportano come bambini: non sanno riconoscere ciò che è il loro bene. Certe volte bisognerebbe dar loro uno scapaccione. Ecco, non forte. In America c’è dell’altro che . . . quello che sta accadendo oggi in America; dobbiamo occuparci – tutti quanti – più della qualità della vita della nostra gente, soprattutto dei senzatetto, di coloro che hanno dei problemi a vivere nel modo che noi consideriamo normale e dovremmo – forse – occuparci di meno di essere la polizia di tutto il mondo.
Ora, io capisco che la pace è molto importante; quanto sia importante che la gente di tutto il mondo, di tutte le culture e tutti i paesi sia in grado di comunicare. Per me è molto importante che questa guida americana si comporti in modo rispettoso ed aperto. Non mi piace l’idea degli armamenti e delle sfide alla gente, in nessun paese; mi piace l’idea di una guida tale che ogni paese possa esserne fiero e che possiamo vivere nel migliore dei modi prendendoci cura dei nostri cittadini e al contempo di fare del nostro meglio per i cittadini del mondo; dobbiamo prenderci più cura dei nostri cittadini.

Davvero. Allo stesso tempo e per ciò che mi dicono i miei amici negli Stati Uniti, in linea di massima gli americani sono molto vicini alle tue posizioni e tuttavia il risultato è che dei pazzoidi stanno facendo delle cose da non credere al Senato. Per cui c’è una specie di divisione, di scollamento tra queste due parti. Anche tu la vedi così? 

Eh si, purtroppo la vedo così. C’è una divisione terribile; certe volte . . . io amo comunque il mio paese, ma ci sono dei momenti in cui non sappiamo quali siano le cose importanti . . . certe volte non sappiamo gestire le priorità. Credo che forse dobbiamo diventare più maturi; dobbiamo crescere, come un buon vino francese: dobbiamo maturare. Questo è quello che ci serve.

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intervista realizzata da Ruggero Prazio per Trieste is Rock lunedì 30 settembre 2013

 

 

 

 

 

 

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