Intervista a John Waite

Ecco cosa ci ha raccontato John prima di arrivare a Trieste:

Sei in Italia per la prima volta: come ci si sente ad essere qui per la prima volta?
Beh, sono già stato in Italia per fare degli spot alla radio e per la verità sono vissuto a Milano per un mese dopo che ho lasciato i Bad English, per cui ho dei legami con l’Italia e mi piace. Mi piace il modo di vivere, mi piace la gente e l’architettura e penso che tutti siano stati amichevoli e simpatici. Ma non ci ho mai suonato e non vedo l’ora, questa è una cosa che non ho fatto e mi piacerebbe farlo.


Anche noi. Il rock melodico, quello radiofonico comincia a godere di una considerazione che non ha avuto in passato: tu come la vedi?

Credo che una musica vale l’altra; non ho nostalgia di un periodo specifico. Mi piace tutto. Penso che molti gruppi che fanno musica melodica si assomiglino. Certe volte penso sia un limite; ci sono dei tizi straordinari che è sono in giro e che sono dei songwriter di grande talento e che per me fanno parte della musica melodica. Non seguo uno schema predefinito: mi piacciono il blues e il country. Leggo tutto quello che mi capita davanti, mi piacciono tutti i tipi di musica. I miei amici sono di razze differenti; non mi occupo di guerre o di barriere. Se alla gente piace la mia musica sono molto contento.

Bene! Sei una persona aperta. Ti secca che in qualche modo la gente si ricordi di te associandoti ai tempi dei Bad English?
Mah, si, cioè ho sempre cercato di andare avanti rispetto a quei dischi; non ho mai suonato roba vecchia; credo che i Babys siano . . .pronto?


Mi spiace. Dev’essere caduta la linea.

Com’era la domanda?

Ti scoccia che la gente si r icordi di te pensando al passato?

No, sono contento del mio passato. Penso che buona parte di quello che suonavo ormai sia conosciuto, davvero. Credo che “Missing you” non rappresenti i Babys ma i Bad English. E ci porti proprio dove volevo arrivare: ho fatto degli album che erano quasi country, ho cantato delle canzoni, scritto dei dischi. Prima di tutto sono un musicista: non sono iscritto ad un club. Se qualcosa mi attrae, ne sono attratto. Sono libero: faccio quello che mi pare. Se al pubblico piace, bene. Se no, io continuo a fare quello che faccio.

Continuiamo a parlare del passato: quali sono le differenze tra gli anni Ottanta ed oggi,per quello che riguarda le case discografiche, i concerti, il pubblico, tutto.

Beh, credo sia molto differente, a causa di internet, penso che puoi pubblicare un disco senza dover andare da una casa discografica e puoi fare il disco che vuoi; puoi metterlo in rete e farlo arrivare alla gente che magari vuole ascoltarlo. Non sei costretto ad andare nell’ufficio di qualcuno: penso sia una grande cosa. Crea un clima migliore per i musicisti e grazie a questo c’è in giro della buona musica, tutto qui.

Adesso passiamo al presente. I tuoi due album ci hanno colpito molto: come s’è formato il gruppo e come hai conosciuto Kyle Cook dei Matchbox 20?

Avevamo un amico comune a Indianapolis che si chiama Jeff Wally che continuava a dirmi: “Sto tizio è in gamba, dovresti suonare con Kyle perchè è davvero forte”. Ci siamo incontrati a Nashville e io ho subito cominciato a scrivere pezzi e a prepararmi per lo studio: abbiamo registrato cinque canzoni. Sono partito per il tour europeo. Quando sono tornato, il management voleva altra musica in modo da poter completare un cd. Allora ho preso in gruppo con cui avevo suonato nei concerti e l’ho portato in studio e abbiamo sparato altri sette pezzi: sono stato proprio fortunato e abbiamo registrato della gran bella musica; è venuto fuori un bel disco. E’ davvero un cd senza compromessi, suona molto bene. Ogni pezzo è un singolo: non credo riuscirei a rifarlo. Era una situazione al di fuori dell’ordinario.

Grande! Passiamo da Nashville al country e western. Si dice che tu sia un appassionato: suonerai anche pezzi di country e western nei concerti? Che so, Bill Monroe o Doc Watson o Wylon Jennings o Nitty Gritty?

Mah, ti dirò, io canto con uno stile blues. Da ragazzo sono stato molto influenzato dal blues: Big Bill Bronzy, Eddie James. Qualsiasi tipo di rock statunitense, purchè buono, è sempre stato influenzato dal blues: per dire, anche Elvis Presley. E dal country come Marty Robbins; sai, quand’ero alto un metro andavo in giro suonando lattine di plastica e cantando Davy Crockett.
Per cui, ecco, mi sono spostato verso gli Stati Uniti e poi verso i Beatles, che sono stati enormemente influenzati da Chet Atkins e dalla musica soul. Quindi tutto quello che faccio è in stile country e blues: è di questo che è fatto il rock ‘n’ roll. Il rock ‘n’ roll è il risultato di questi due tipi di musica. A dire il vero in questo momento c’è gente influenzata da musicisti bianchi che non ha subito influenze di nessun tipo da parte della black music o del country, e questo la rende super-ordinaria: secondo me è ridicolo. Invece mi piacciono i cantanti che hanno delle radici e delle influenze.

In effetti, questa è una cosa interessante. Perchè sei passato attraverso tante esperienze differenti: da solo, con i gruppi, co n Ringo Starr e così via. C’è un tipo di musica che ti fa sentire più a tuo agio quando suoni?

Beh, si. Cioè il rock, il blues. Ecco, io sono un cantante di rock ‘n’ roll. Ho delle radici blues e delle radici country ma in fondo canto rock ‘n’ roll. “Missing you” suona come un blues.
La gente fa “Eh, già gli anni Ottanta”: non ha niente a che vedere con gli anni Ottanta.
Suona come un blues: se non ti arriva, non ti arriva. Cioè, c’è gente degli anni Ottanta che usa batterie elettroniche e questo fa anni Ottanta, ma ci sono anche gli U2 e Springsteen che sono più focalizzati sulla chitarra: tutta la mia musica è basata sulla chitarra. Non mi piacciono i sintetizzatori, non me li porto sul palco. Non uso nastri pre-registrati. Preferisco suonare con musicisti che sanno suonare davvero.

Eh si. Torniamo alle origini. Adesso . . . parlando di queste diverse influenze, siamo stati colpiti dalla tua voce che è una delle più tipiche.

Grazie.

Oltre ai nomi che hai fatto che altre influenze ci sono? Qual è il tuo lascito ai gruppi più nuovi? Hai l’impressione che qualcosa delle tue esperienze, del tuo tiro, dei tuoi interessi sia passato alle nuove generazioni?

Ah, si. Sento molte delle mie melodie e del mio stile nella musica degli altri. Saresti sorpreso se ti dicessi i nomi dei gruppi, davvero non è . . . non sarebbe . . . ma chi se ne frega? Ho sentito i miei temi e le parole e dei pezzi di musica venir fuori dai lavori di altri e, vedi, non dicono da dove li hanno presi. Però è così che vanno le cose. E d’altra parte c’è gente che io stimo, che so, Steve Marriott e Paul Rodgers, c he sono sicuro mi abbiano influenzato: che te frega? Oggi sono grande abbastanza per sapere che . . . sai che Keith Richards ha detto che c’è una sola musica e per certi versi tutti quanti cantiamo e suoniamo quella, ma in maniera
differente. In qualche modo è tutto legato.

Già, davvero. Stai lavorando a un nuovo cd?

Ah, si. Come no? Quest’album per me è stato un grosso passo avanti. Mi ha ridato la voglia di scrivere, di decidere delle cose, e ho cercato di renderlo più vivo possibile, senza lavoraretroppo sui suoni: già questo è un fatto positivo. Poi . . . ho cominciato a scrivere di nuovo, un sacco. Ho preso la chitarra e ho cominciato a comporre qualcosa che non avevo maicomposto prima. Forse avevo un blocco mentale oppure mi ero stufato, ma adesso sono proprio preso dalla musica ed è una bella cosa essere in giro; inoltre sono contento che il
disco stia andando così bene: un mesetto fa il singolo di “Rough & tumble” era il numero 1 nelle classifiche radiofoniche, adesso è al quinto posto e si sta muovendo nella top ten. E’ tornato al quinto posto, per cui “Rough & tumble” va molto bene. Sono davvero contento di essere in Europa e suonare in questi posti.

realizzata da Giovanni Barbo e Ruggero Prazio

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